Islanda: cosa insegna un viaggio “in the middle of nowhere”
“In the middle of nowhere”
Ce lo siamo dette più volte, quasi sottovoce, ogni volta che accostavamo lungo la strada per un caffè caldo o una merenda improvvisata. Davanti a noi: chilometri di asfalto, montagne che cambiavano colore con la luce, il mare che appariva all’improvviso. Intorno: solo silenzio.
Questo viaggio in Islanda è nato come un viaggio tra amiche. Senza grandi aspettative, senza l’idea che potesse insegnarci qualcosa. E invece, strada dopo strada, si è trasformato, quasi senza volerlo, in un viaggio all’insegna dell’indipendenza e della libertà.
Guidare da sole per ore, salire su ghiacciai, esplorare grotte, lottare contro il vento, camminare tra placche terrestri. Nessuna scorciatoia, solo il desiderio di vivere un’avventura che andata oltre le nostre aspettative.
Indice dei contenuti
La natura come protagonista e TU sullo sfondo
In Islanda viaggiare significa questo: prendere un’auto e guidare. Guidare ancora. E poi guidare di più. All’inizio può sembrare monotono, persino faticoso. Poi succede che la mente si abbandona nell’osservare, senza fretta quei panorami. E i panorami cambiano senza preavviso.
Uno più potente dell’altro.
La luce che taglia le montagne, pianure immense, distese di lava, il mare che compare senza annunciarsi. È come se l’Islanda non accettasse di essere una semplice cornice ai nostri pensieri.
Qui la natura non è uno sfondo.
È la protagonista.
Le strade sono ampie, pulite, essenziali. Nessun rumore superfluo. Nessuna distrazione.
Sei tu, l’auto, la strada e la Natura.
E improvvisamente ti accorgi di qualcosa che nella quotidianità dimentichiamo spesso: non sei tu il centro della scena.
L’Islanda ti fa comprendere subito che non sei tu a controllare le tue giornate: ci sono il vento, quel meteo che cambia improvvisamente, quelle lunghezze da percorrere che ti invitano a rallentare per guardare meglio.
TU resti solo quel puntino che sul navigatore si muove, circondato dal nowhere. Ed è una sensazione che da casa potrebbe provocare disagio, ma, la verità, è che questa è una delle condizioni che più ti trasmettono senso di libertà.
Guidare in Islanda è un atto semplice, ripetitivo, ma anche profondamente trasformativo. È una meditazione involontaria: sei presente, attento, mentre il paesaggio cambia e tu non devi performare. Non devi essere efficiente, brillante, produttivo. Devi solo osservare.
Guidare da sole, come gruppo di amiche, ha avuto un effetto inatteso: ci ha rese responsabili delle nostre scelte. Del tempo, delle soste, dei percorsi. È stato un esercizio concreto di autonomia. E per chi è abituato a delegare o a lasciarsi guidare, è già un piccolo atto di fiducia.

La solitudine che non isola
In Islanda ho incontrato una solitudine diversa da quella che immaginavo. Non è la solitudine che punge o che fa sentire esclusi. È una solitudine contemplativa. Non ti senti solo, ti senti spettatore silenzioso di un quadro che non ha bisogno di essere spiegato.
Questa sensazione mi ha colpita profondamente.
Perché spesso, quando qualcuno dice “ho paura di viaggiare”, sotto quella frase c’è altro: la paura di restare soli con se stessi, senza ruoli, senza distrazioni, senza il rumore del fare continuo. La paura che, nel silenzio, emergano pensieri che di solito teniamo a distanza.
In Islanda il silenzio non lo puoi evitare. Puoi solo incontrarlo.
E lì scopri che il vuoto non è sempre un nemico. A volte è uno spazio sicuro, anche se in silenzio, e che ti aiuta a rimettere prospettiva.
Cosa insegna l’Islanda: Terra del ghiaccio e del fuoco
Conosciuta come la terra del ghiaccio e del fuoco, l’Islanda è una nazione giovane, modellata ancora oggi da un’intensa attività vulcanica e geotermica e da ghiacciai perenni.
I suoi paesaggi sono spesso definiti “inospitali”. Una parola che spaventa.
Eppure ho capito questo: inospitale non significa ostile.
La natura islandese non è contro di te. Non è per te. Esiste, e basta.
Ed è da conoscere, non sottovalutare, e contemplare.

Il ghiacciaio: quando la paura parla (e poi tace)
Entrare nel cuore di un ghiacciaio è stata una delle esperienze più intense del viaggio.
Faceva freddo, sotto zero. Il sole brillava, ma il vento era così forte da rendere ogni passo incerto. In quei metri ho pensato di tornare indietro. Facevo fatica a respirare, a tenere gli occhi aperti. Il corpo parlava chiaro: “fermati”. Ed è qui che la paura mostra il suo vero volto.
La paura, nel viaggio come nella vita, non arriva sempre come un pensiero logico, ma si fa sentire nel corpo: respiro corto, tensione, impulso alla fuga.
Non si supera con la forza. Si affronta con la fiducia. Fiducia negli appoggi (i ramponi ai piedi), nelle persone accanto, nella guida. Fiducia nel fatto che stai andando verso qualcosa che vale, e ti impegni a resistere come puoi, guardando in basso, comprendo gli occhi, stringendoti al braccio del tuo compagno di scalata.
Quando siamo scese nel buio della grotta e ho visto le mille sfumature del ghiaccio, modellate dall’acqua, ho sentito un “wow” netto, quasi infantile.
I brutti pensieri si sono sciolti senza sforzo perchè in quel momento ho pensato soltanto: “wow sono nel cuore di un ghiacciaio millenario”.
Ed è pazzesco.

Cosa insegna l’Islanda: Reynisfjara, il confine come forma di rispetto
Sulla spiaggia nera di Reynisfjara, circondata da colonne di basalto e onde imprevedibili, ho incontrato un’altra lezione importante: il confine.
Qui devi stare attento. Le onde possono arrivare all’improvviso, trascinare, portare via. Il suo fascino sta anche in questo: bellissima, potente, insidiosa.
Conoscendo i rischi, e sapendo leggere ed eseguendo le indicazioni del semaforo posti all’ingresso della spiaggia (che purtroppo tanti turisti si ostinano ad ignorare nonostante le tragedie passate e frequenti) non ho sentito paura. Ho sentito un profondo rispetto.
Puoi amare qualcosa senza avvicinarti troppo. Puoi restare al sicuro senza rinunciare all’incanto.
Per chi vive l’ansia come un continuo superamento dei limiti, questa è una lezione preziosa: il confine non è una sconfitta. È una forma di intelligenza.

Come descriverei l’Islanda con poche parole?
Emozionante.
Non nel senso adrenalinico. Nel senso raro e profondo: un’emozione che ti sposta dentro. Che ti rende più piccolo e, allo stesso tempo, più libero.
Questa è stata l’Islanda dal punto di vista emotivo.
Non pensavo di potermi innamorare di una terra così disabitata, potente e apparentemente dura, tanto da desiderare di tornarci. Eppure è successo. Ho sentito un’attrazione magnetica.
L’Islanda è stata connessione. Con la natura, con il pianeta, con se stessi.
Comprendi che il tuo ruolo nel mondo non è occupare spazio, ma ringraziare quello che ti viene concesso. Tutelare. Ammirare. Essere grati.
Travel Psych Tips: partire sicuri per un viaggio in Islanda
Con territori così (apparentemente) ostili, però, non si scherza.
Perché questo tipo di libertà sia possibile serve anche una base concreta: sapere come muoversi, cosa aspettarsi, come prepararsi.
Ne parlo nell’altro articolo dedicato all’organizzazione pratica del viaggio.
A volte un viaggio non ti aggiunge cose.
Ti toglie rumore.
E in quel silenzio, finalmente, ritrovi anche la tua direzione.





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