Paura di volare: come affrontarla (anche quando l’aereo è in cielo)
Qualche giorno fa stavo tornando da un viaggio in Azerbaijan, dopo aver trascorso alcuni giorni a Baku — una città che sembra danzare tra due mondi: vetro e vento, futuro e tradizione.
Dall’oblò del volo dell’Azerbaijan Airlines vedevo il Mar Caspio allontanarsi, e con lui anche quel senso di libertà che solo i viaggi sanno dare.
Poi, il classico momento in cielo: delle lievi turbulenze.
Il cuore fa un sobbalzo, la mente si chiede cosa succede e poi torno a leggere il mio libro.
In quel momento, non posso non pensare ai miei pazienti e alla loro paura di volare, a tutti i nostri incontri in cui impariamo a comprendere quelle sensazioni. Eppure, il modo migliore per affrontarla è: stare su un aereo.
Perchè, per quanto possa sembrare un luogo “fuori controllo”, è proprio il laboratorio perfetto per imparare a gestire la paura di volare (così come insegna il programma “Voglia di volare” di Ita Airways).

Volo Azerbaijan Airlines durante una lieve turbolenza
1. Capire cosa succede nel cervello quando abbiamo paura di volare
Il nostro cervello, evolutivamente parlando, non è stato progettato per stare sospeso a 10.000 metri.
Le compagnie aeree garantiscono sicurezza altissima, ma la parte primitiva della mente — quella che regola sopravvivenza e allerta — non legge le statistiche: legge sensazioni.
Ogni piccolo rumore o movimento inconsueto può attivare il sistema d’allarme interno: il corpo rilascia adrenalina, il cuore batte più forte, la mente cerca una via di fuga.
Il punto è che… non possiamo fuggire da un aereo.
E allora la paura cresce.
Durante il volo da Baku, ho fatto quello che consiglio ai miei pazienti: dare un nome a ciò che accade.
“Ok, sto sentendo paura. È il mio cervello che sta cercando di proteggermi, ma non c’è un pericolo reale.”
Questa semplice frase crea distanza.
In psicoterapia, si chiama defusione cognitiva: non sei il pensiero, lo stai solo osservando.
2. Creare un ancoraggio sensoriale per restare presenti
Le turbolenze non si possono evitare, ma si può aiutare il cervello a restare nel presente.
Uno dei metodi più efficaci è usare stimoli sensoriali rassicuranti.
Io, per esempio, ho sempre con me una catenina con un significato affettivo, ogni volta che la stringo, il mio cervello riconosce quella sensazione come “sicura”.
Puoi fare lo stesso con:
- una playlist di canzoni legate a ricordi positivi del viaggio,
- una foto sul telefono che evochi calma,
- un piccolo oggetto che rappresenti stabilità (una pietra, un bracciale, una moneta).
Non è magia, è neuroscienze: trasmetti al tuo cervello un senso di stabilità e sicurezza, disattivando, almeno un po’, il circuito dell’allarme.
3. Scrivere per dare forma al pensiero (e abbassare l’ansia)
Sul volo di ritorno, tra una nuvola e l’altra, ho preso il telefono e ho scritto:
“Cosa sto temendo davvero in questo momento?”
La risposta è arrivata subito: “di non avere controllo.”
Scrivere — anche solo poche righe — aiuta a far emergere la radice del pensiero, invece di combattere il sintomo.
È una tecnica semplice ma potente: quando un pensiero passa dalla mente alla carta (o allo schermo), perde intensità emotiva.
Poi aggiungi una domanda:
“C’è un’altra spiegazione possibile per quello che sto provando?”
È un modo per riattivare la parte razionale del cervello e riequilibrare l’emotività.
4. Distrarre la mente in modo gentile: l’attenzione selettiva
Quando l’ansia in volo cresce, la tentazione più comune è cercare di non pensarci.
Ma la mente, se la forzi a calmarsi, fa l’esatto opposto: si aggrappa ancora di più al pensiero.
Ecco perché, in quei momenti, non serve una distrazione passiva (come scrollare lo smartphone), ma una distrazione attiva e gentile — qualcosa di semplice, ripetitivo, che coinvolga le mani e aiuti il sistema nervoso a regolare il ritmo.
Può essere colorare su un quaderno, fare la maglia, piegare un origami, risolvere un piccolo puzzle o persino ordinare le foto del viaggio.
Questo meccanismo si chiama attenzione selettiva: il cervello concentra l’energia su un compito concreto e, così facendo, “abbassa il volume” dei pensieri automatici.
È come dare alla mente un incarico utile mentre il corpo, finalmente, si concede di respirare. E la preoccupazione diminuisce.
5. Calma sensoriale: connettere corpo e respiro
In volo, il corpo ha bisogno di segnali fisici di sicurezza per convincere la mente che tutto va bene.
Il modo più efficace è attraverso il respiro, che agisce come un ponte diretto tra sistema nervoso e percezione di calma.
Puoi provare una sequenza semplice, facile da ricordare anche durante una turbolenza:
- Inspira lentamente per 3 secondi
- Trattieni l’aria per 2 secondi
- Espira per 6 secondi, come se volessi “svuotare” la tensione
Aggiungi, se ti aiuta, un gesto fisico di ancoraggio: una mano sul petto o sul bracciolo e una frase breve che riporti presenza, ad esempio:
“Sto tornando nel mio corpo, qui e ora.”
L’obiettivo non è eliminare la paura, ma sincronizzare mente e corpo nello stesso momento presente.
Quando il respiro torna regolare, il cervello riceve il messaggio che il pericolo è passato — e, lentamente, l’intero sistema si riequilibra.
4. Il rientro dal viaggio: l’altra faccia della paura di volare
Curiosamente, molte persone mi dicono:
“Non ho paura all’andata, ma al ritorno mi sale l’ansia”
Non è strano: il rientro dal viaggio segna la fine di una parentesi di libertà.
La mente anticipa la routine, i ritmi, i doveri.
Una piccola strategia è preparare il rientro come se fosse una nuova partenza.
Appena atterri, prova a concederti un gesto simbolico: una passeggiata, un tè caldo, o guardare le foto del viaggio invece di riaprire subito la mail.
Il cervello ha bisogno di integrare l’esperienza, non solo archiviarla.

Sopra le Alpi con Swiss Air
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Viaggiare con la paura di volare (ma senza farle il check-in)
La paura di volare non deve sparire per farti vivere bene il viaggio.
Può restare con te — seduta accanto, magari con il finestrino chiuso — ma non deve più pilotare.
Quando l’aereo ha iniziato la discesa verso Roma, ho guardato le luci della città accendersi e ho sorriso.
Non perché la paura fosse sparita, ma perché mi ero ricordata che volare è anche un atto di fiducia — verso la vita, verso noi stessi, e verso quella parte della mente che, ogni tanto, ha solo bisogno di sentirsi dire:
“Va tutto bene, siamo ancora in volo.”




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